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I Libri su Monte Poro Il Monteporo
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" Frammenti di Vita " Poesie di Carmela Cocciolo Il prossimo 12 dicembre 2009, presso la Sala delle Laudi del Vescovato di Mileto, si terrà la presentazione del volume di Carmela Cocciolo dal titolo "Frammenti di vita". Il fermarsi ad ascoltare le parole degli altri, l'osservare la natura ed i piccoli-grandi protagonisti, gli uomini, che credono, illudendosi, di poter cambiare il corso della loro vita senza l’aiuto quotidiano di Dio; sono, questi, gli argomenti del volume postumo di poesie di Carmela Cocciolo, pubblicato dalle Edizioni Ursini di Catanzaro. Per la poetessa, scrivere è stata durante la sua esistenza quasi una necessità vitale e quotidiana. Stimolata com’era a captare, con grande sensibilità, ogni più piccola pulsione, interna ed esterna, ha composto versi che il silenzio le ha consegnato. Nata a San Calogero, in provincia di Vibo Valentia l’8 giugno del 1927 e scomparsa a Paravati nel gennaio del 2006, Cocciolo ebbe in vita una forte passione per la poesia; passione che, malgrado la poetessa abbia frequentato solo la scuola elementare, si è trasformata in vera e propria attività creatrice. La Cocciolo ha infatti pubblicando ben due raccolte, la prima nel 1994 dal titolo "Parole allineate" e la seconda nel 2000 con il titolo "Parole e sogni", edite con una bella veste tipografica dallo stesso editore Ursini. "La sua poesia – scrive oggi il figlio della Cocciolo, Angelo Varone - è soprattutto intrisa di sprazzi di vita vissuta e, comunque, sempre arricchita con delicatezza dai suoi genuini sentimenti. Parlando della famiglia amava definirla una ricchezza. Schietta e diretta nel comunicare non amava le mezze misure”. "Una poesia - sottolinea nella prefazione il noto critico letterario Fulvio Castellani - che "crea sensazioni, che fa riflettere, che spinge a dialogare con noi stessi, per quanto semplice essa possa essere, merita di essere letta ed ascoltata, in silenzio". È quanto si può dire della poesia di Carmela Cocciolo, una donna che con i versi ha inteso trasferire agli altri quell’io gioioso che è stato in lei. Ed è stata una gioia, la sua, che si è sostanziata usando parole che si intersecavano sul filo di una rima spontanea e di un giro di assonanze che danno veramente il senso del finito e dell’infinito al tempo stesso”. Nel volume, appena pubblicato, oltre alle sue poesie troviamo filastrocche e quadretti dalla singolare compostezza espressiva, ci imbattiamo con i suoi paesaggi dell’anima che trasmigrano in direzione di un dopo che diventa assai spesso sogno, irrealtà agognata ed a tratti acquisita. Cocciolo ha usato il grimaldello dell’amore per esprimere le proprie ricchezze interiori, quel festante connubio tra generosa intuizione emotiva e saggezza. Poesia semplice, ma altrettanto musicale, ritmica, sinuosa. Ed è stata questa la sua forza. «Io le spine le prendo piano e qualcuna mi punge la mano», aveva scritto, tra l’altro, la poetessa di Paravati, quasi a voler rimarcare, con la sua consueta grafia legata ad una saggezza, che la vita va vissuta fino in fondo. Franco Vallone |
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TROPEA, orme medievali Segni templari tra storia e leggenda I fraterni legami con l’autore consiglierebbero di astenermi da considerazioni e commenti sulle sue ricerche ed in specie sul suo ultimo lavoro "Tropea, orme medievali – Segni templari tra storia e leggenda", edito da Giuseppe Meligrana Editore. La consapevolezza, però, di essere in presenza di uno studioso dal bagaglio culturale notevole e dalla ritrosia disarmante, che rifugge sistematicamente la platea, mi inducono a rompere ogni indugio ed abbandonare quella cautela d’obbligo in questi casi. Le osservazioni, poi, di amici competenti e sinceri, che hanno letto il lavoro trovandolo di interesse eccezionale, sorprendente per Tropea, hanno confermato quanto gli scritti di Luciano Del Vecchio costituiscono ormai un riferimento essenziale per chiunque voglia penetrare ed approfondire la storia di una città contrassegnata da una civiltà irripetibile. Luciano Del Vecchio sa magistralmente scavare nelle profondità di tenebre inaccessibili e sa ascoltare le voci più flebili che provengono dalla storia tropeana. Analizza, sminuzza e riesce a far emergere suoni, odori e sapori, per riproporli come patrimonio della collettività. In questo testo Tropea riprende a raccontare la sua "storia vera". Si ripensa, si descrive, rivive soprattutto nel campo sociale e civile. Il libro apre una parte dell’anima nascosta del luogo Tropea, arricchendone la specificità e l’unicità. La via che viene percorsa è una via impervia "dentro le sabbie mobili della storia tropeana" come dichiara l’autore nella nota di presentazione. Il viaggio si compone di 5 capitoli:
Le conclusioni, intellettualmente stimolanti, ci aiutano a comprendere quanto sia importante abbandonare antichi stereotipi, Ci sono altri parametri, altri luoghi nascosti, altre risorse, altri valori, che vanno indagati e che possono aiutarci a crescere come territorio e comunità. "Tropea, orme medievali" risponde ad una domanda vera di identità e conoscenza, alla scoperta di un’altra storia, di un’altra civiltà. Luciano Del Vecchio naviga nel cuore di Tropea, in acque alte e profonde, ama i fondali, la superficie non lo stimola, e racconta una storia ricca di suggestioni senza abbandonare il classico rigore che lo contraddistingue. E’ un richiamo ai caratteri originari di Tropea, invitata a liberarsi dai pesi di una rappresentazione non sempre consona al suo passato. Un plauso al giovane editore Giuseppe Meligrana che, con competenza ed intelligente coraggio, con Luciano Del Vecchio continua la sua scommessa tesa a ravvivare i fasti di una terra non sempre interessata e spesso ostile. Alfonso Del Vecchio |
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Il Caso dell’abate Pasquale Sorrentino di Ernesto Pugliese Sua Pagina IL PLAUSO DI ZUNGRI AL LIBRO DI PUGLIESE Nell’antica Grecia l’eroe non combatte per se stesso, ma per gli altri; gli eroi sono coloro che cercano di migliorare la vita, per dirla con i versi di Omero: «come le generazioni dei fogli, le vite degli uomini mortali, ora il vento li sparge per terra, ora i legnami i nuovi germogli e ancora... come un generazione viene a vita, butta via gli altri dadi». Lo scorso martedì, nella sala consiliare multimediale del Comune di Zungri è stato presentato il libro: "Il caso dell’abate Sorrentino" scritto dall’avvocato Ernesto Pugliese. L’autore, originario di Zungri ha trascorso nel piccolo centro sito alle pendici del Poro una parte significativa della sua esistenza. Non è casuale, quindi, che riposta la toga nell’armadio, abbia deciso di concentrare le sue ricerche su un episodio di cui ha avuto continue ma frammentate notizie sin dalla tenera età. Lo stesso scrittore ha rivelato: «Da piccolo, in paese, più sentivo parlare di questa triste e cruenta vicenda e più aumentava nel mio animo la sete di conoscenza». E’ proprio il caso di dire che un avvocato, quanto meno nel modo di ragionare e di rapportarsi con la realtà (anche quella storica) non va mai in pensione. L’accoglienza che gli zungresi hanno riservato all’illustre cittadino è stata davvero calorosa, degna della migliore cultura meridionale. L’autore ha ripristinato la verità su un fatto che, ormai affidato alle secche della storia, invocava giustizia. Tale impegno nasce dalla consapevolezza che non può esserci nessun «miglioramento della vita» se non si sconfiggono ingiustizia, calunnia e menzogne. Un modus operandi, tipico dell’eroe classico che per sua stessa definizione non passa mai di moda. A rendere gli onori di casa, il sindaco Francesco Galati il quale ha messo in evidenza l’attualità del testo in alcuni temi di fondo che segnano la storia oggetto del saggio: «gogna mediatica, accanimento giustizialista, complotto politico, ieri come oggi avvelenano la vita sociopolitica e ostacolano il trionfo della giustizia». A seguire, l’intervento di Filippo Ramondino, direttore dell’Archivio storico diocesano che ha curato l’introduzione del testo, il quale ha sottolineato la necessità di: «eliminare tutte le forme di violenza del passato». Puntuale e articolata, la sua analisi rivolta al ruolo dei preti nella società e nella storia, specie con riferimento al contesto in cui maturò l’efferato delitto in questione. Dal canto suo, il professore Ilvo Santoni, curatore della stesura definitiva del testo ha posto l’accento su un aspetto nodale della trama: «Don Pasquale si é posto il problema della legalità, fatto che fu all’origine della sua triste ed ingiusta sorte». Insomma, certe storie, nel profondo Sud sembrano sempre le stesse e sono, in ogni contesto storico, drammaticamente presenti. Nel testo di Pugliese sono raccontate tutte le vicende connesse all’omicidio del sindaco di Zungri, Gasparri Consalvo, avvenuto il 26 luglio 1891. Del fatto vennero accusate e condannate quattro persone, Francesco Sorrentino, Giuseppe Sorrentino, Antonio Cristofalo e il sacerdote Pasquale Sorrentino, ex sindaco (e rivale politico di Gasparri Consalvo) insegnante, esattore e guida spirituale degli zungresi. Lo scrittore indaga in profondità sull’humus culturale e sociale in cui maturò l’uccisione del sindaco in carica. Svela gli intrighi e le malefatte dei maggiorenti locali dell’epoca con meticolosa precisione. Con arguzia forense e pazienza certosina, infine, analizza le carte processuali. Il verdetto è chiaro e incontrovertibile, per usare il gergo forense: «assolutamente fondato, in fatto e in diritto». L’abate Pasquale Sorrentino e gli altri tre condannati, furono vittime di un complotto ordito sulla base di molteplici interessi (non solo economici) prima e di una sentenza arbitraria ed errata, poi. La difesa magistrale, coerente e disinteressata dell’avvocato Ernesto Pugliese ha fatto luce su un episodio di odio, cospirazione e malagiustizia, ripristinando la verità storica e processuale. Sia pure a distanza di oltre un secolo, si può finalmente affermare: Giustizia è fatta ! Corrado L’Andolina |
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Il nuovo libro di M. Antonietta Artesi - Sua Pagina "Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere" Winston Churchill " La Terra nel Cuore" 180 pagine; l'editore è M.G.E. Un libro con cui l'autrice, nata nel comprensorio di Capo Vaticano e poi emigrata giovanissima Firenze dove fa la giornalista con interessi prevalenti nel settore economico e psicologico della comunicazione, compie un viaggio verso le origini. Un viaggio intenso e coinvolgente attraverso il quale Maria Antonietta, una ragazza che gronda di bellezza greca, con struggente nostalgia, racconta gli anni della sua giovinezza, andando alla ricerca dell'identità trascinando un affascinante e tenero "come eravamo" in un angolo della Calabria, quello appunto del meraviglioso promontorio di Capo Vaticano. "Ho dentro di me la luce di quel paesaggio mediterraneo, e negli occhi i suoi ulivi ondeggianti al vento, le canne sempre verdi, il giallo dei limoni, la preponderanza di quella distesa azzurra" così scrive l'autrice. Il libro è anche un itinerario di colore-folklore, di memorie e di pensieri individuali, ma inevitabilmente anche collettivi, poichè in fondo, tutti abbiamo "La terra nel cuore", la nostra terra. La Terra Nel Cuore - Intervista a Maria Antonietta Artesi La Terra Nel Cuore - Presentazione del libro Breve prefazione (di Santo Versace): Sono un ragazzo di Calabria e dalla Calabria non son mai andato via. Mai con il cuore, mai con la mente. Dinnanzi ai miei occhi il mare dello Stretto. A volte limpido, immobile, trasparente, quieto. A volte increspato, buio, agitato contro i lembi di una terra così offesa, quasi a volerla scuotere. Quasi a volerla ammonire severamente. Onde di scapaccioni. Perché la natura con la Calabria è stata generosa e amorevole. Chilometri di incontaminate coste dallo Ionio al Tirreno, incantevoli montagne dall’Aspromonte alla Sila. Patrimoni inestimabili e vilipesi dalla noncuranza. E che hanno ingenerato in me il convincimento di tornare in politica dopo quarant’anni. Per tutelare, per dar voce a quella terra da dove non sono mai partito. Da dove mi sono spostato soltanto con il corpo. Rivendicandone con orgoglio l’appartenenza, in ogni angolo del mondo. Noi ragazzi calabresi sappiamo che abbandonare la Calabria è impossibile. Il distacco fisico non può dirsi addio. Piuttosto un arrivederci pieno di speranza. Il legame con le radici non si spezza. Resta un vincolo imprescindibile. La terra nel cuore, il libro di M. Antonietta Artesi, mi ha riportato indietro a ritroso nel tempo in un piccolo viaggio della memoria. La nostra cultura mediterranea, le tradizioni conterranee, il sapore delle pietanze familiari, il profumo del gelsomino.
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"Alla scoperta dei dintorni di Tropea" Il nuovo lavoro di Marcello Macrì. Una originalissima guida escursionistica per la provincia di Vibo Valentia Si intitola "Alla scoperta dei dintorni di Tropea – Percorsi tra il Poro e la Costa degli Dei” il secondo libro del giovane autore tropeano Marcello Macrì, editore Meligrana. Il libro, reperibile in tutte le edicole e librerie della zona a sole 9,90 euro oppure sul sito www.meligranaeditore.com, è un’ottima guida escursionistica per chi – turista o locale – voglia cimentarsi a conoscere i dintorni di Tropea, da Nicotera sino a Vibo, da Mileto sino a Pizzo. La provincia di Vibo Valentia – come scrive Giuseppe Meligrana nella prefazione del libro – è, come tutta la Calabria, una terra abitata sin dai tempi più antichi; un insieme di luoghi ricchi di storia e leggende; un territorio, geograficamente, vario, frastagliato ma piccolo dove, paradossalmente, il mare e la collina sembrano due mondi a sé; una zona in cui ogni cittadina o paesello, pur così prossimo all’altro, è diverso per origine, tradizioni e abitudini. Costruire un testo in cui fotografare con le parole il territorio vibonese, dando a questo una certa visione d’insieme, non è pertanto una cosa semplice. Il Macrì, dopo l’ottimo Passeggiate tropeane, si cimenta in un’impresa che presenta non poche difficoltà. Le quattro escursioni che il Macrì propone (a piedi, in bici, in vespa, in treno) cercano di unire luoghi vicini e lontani che a prima vista potrebbero sembrare non correlati da alcuna caratteristica comune. Proprio qui sta l’originalità del libro: non delle singole escursioni consigliate – cosa comune a tutte le guide turistiche della zona – ma percorsi esplorativi nati e pensati per essere degli unicum, delle esperienze visive da vivere passo dopo passo, dall’inizio alla fine, per conoscere fino in fondo determinati aspetti storici e folkloristici. Le escursioni, pertanto, dai nomi affascinanti (Le civiltà marino-contadine, Gente di fiumara, Sui passi dei basiliani e dei normanni, Il filo di perle), di primo acchito sembrerebbero fatte solo per gli escursionisti più appassionati ma in realtà, a ben vedere, anche chi non è abituato a fare escursioni può cimentarsi; anche gli stessi locali che, di fatto, non conoscono benissimo la loro zona. Il libro, inoltre, pensato per il turista di stanza nella zona di Tropea che vuole muoversi e conoscere, invita il lettore ad intraprendere dei percorsi molto lunghi, sia in termini di distanza che di tempo, tanto che il consiglio migliore è di passare le notti lungo il tragitto, senza fare ritorno al punto di partenza in modo da non spezzare, fisicamente e mentalmente, l’esperienza esplorativa. Come per Passeggiate tropeane l’autore vuole aiutare il lettore escursionista a cogliere determinate sensazioni e stati d’animo che a volte un paese, una contrada o un panorama non possono trasmettere senza un supporto cartaceo. L’autore, inoltre, inserisce molte notizie storiche ed architettoniche dei principali paesi attraversati sempre nella prospettiva di aiutare il lettore a cogliere maggiormente emozioni e sensazioni positive. L’ottimo lavoro fotografico di Salvatore Libertino arricchisce e completa il volume, dando al lettore che vuole intraprendere le escursioni l’input giusto per muoversi. |
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" Gurnèa " una storia di: nimici, eroi e spirdi Il nuovo libro di Bruno Cimino - Sua Pagina Gurnèa è un rione della città di Tropea. Il nome è sopravvissuto nei secoli nonostante la spessa polvere dell’apatia sociale accumulatasi durante il divenire della storia. Il luogo, oggi, è una ridente periferia con abitazioni private, qualche albergo, strade e giardini di arance e limoni. Nel 1495 era radura selvaggia di fitta boscaglia. I soldati francesi di Carlo VIII, in lotta contro gli Aragonesi per il dominio dell’Italia meridionale, assediarono l’imprendibile Tropea alleata con re Ferdinando II d’Aragona. L’assedio durò diversi giorni sino a quando, teso un tranello, vi fu uno scontro impari e cruento con un drappello di soldati tropeani usciti in avanscoperta dopo essere stati ingannati da una finta ritirata dei Francesi. Quasi tutti i soldati tropeani furono trucidati e i loro corpi giacquero in una gurnèa (che vuol dire pozzanghera) di sangue. Nella prima parte del romanzo "Gurnèa" si inseriscono personaggi realmente vissuti ed altri nati dall’immaginazione dell’autore. La storia narrata, tra fantasia e realtà, è un tentativo per non cancellare l’eroico avvenimento realmente accaduto e conclusosi tragicamente. Nella seconda parte (siamo nel 2095) alcuni personaggi, 'rinati' da quella immane tragedia, rivivono e continuano, in un futuro immaginario, una storia d’amore spezzata a testimonianza che solo i grandi sentimenti possono sconfiggere il tempo e lo spazio. INCIPIT [...] Era il 21 giugno 1495, una domenica con i profumi dell’estate. La natura, orgogliosa di se stessa, esponeva le sue creazioni in una coreografia d’immagini dai mille colori. I fiori, gli alberi, le siepi, i sassi, i ruscelli, il mare recitavano la propria parte e tutt’insieme inneggiavano alla vita. Ma avanzava la morte. [...] [...] Lo aveva pianto tutta la notte ed anche il giorno seguente, fino al tramonto. Ora era lì, fredda e impassibile, davanti ad un corpo inerme che non riconosceva, con lo sguardo che vagava sereno nel vuoto alla ricerca di qualcosa che più non ricordava. [...] [...] Remoti residui di istinti umani mossero la mano di Rossella che accarezzò i riccioli di Damiano. Poi abbassò la testa e lo baciò sulle labbra. Chiuse gli occhi per cercare nella più profonda oscurità un sorriso antico che riaffiorò per un istante e per quell’attimo infinito desiderò che quel giovane immobile si svegliasse. Lo accarezzò ancora con un’espressione irrequieta, e non ricordò più il sorriso dei suoi occhi e la forza delle sue braccia quando la stringeva a sé. [...] [...] Camminava leggera, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte, guardava nel nulla. Passato, presente e futuro erano finalmente un’unica realtà temporale, in quel momento solo per lei. Sembrava scivolasse per la strada che conduceva al mare, sorretta da nuvole invisibili che aleggiavano sotto i suoi piedi. Infine scomparve nel buio e si unì alla notte e alle stelle. [...] |
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Giganti - Cammelli di fuoco, ciucci e cavallucci nella tradizione popolare calabrese Il nuovo libro di Franco Vallone Si intitola "Giganti - Cammelli di fuoco, ciucci e cavallucci nella tradizione popolare calabrese" ed è il nuovo libro, appena uscito in libreria, di Franco Vallone. Cento pagine, illustrate con foto in bianco e nero e a colori, che tracciano un percorso storico e antropologico che vede protagonisti i giganti processionali calabresi e i tanti animali da corteo che ballano durante i giorni di festa. Il volume inizia partendo da una presentazione delle due alte figure: "Ti svegliano di prima mattina con i loro tamburi. In principio si fanno solo sentire, da lontano, ti comunicano che sono arrivati e che oggi non è un giorno qualsiasi. Poi lentamente si avvicinano e si fanno anche vedere. Oggi è festa, e loro devono aprire il tempo speciale che solo la festa può dare. Sono i giganti, esseri enormi, fantocci grandi, colorati, simulacri arcani, speciali, proprio come il tempo che rappresentano e simboleggiano. Li senti quindi, li senti arrivare in un crescendo del rullare dei tamburi che li accompagnano con il loro ritmo inconfondibile. Arrivano prorompenti spezzando il silenzio della quotidianità e annunciando la festa. Enormi esseri con l’anima d’uomo, immortali nel loro eterno rituale di corteggiamento, sono i simboli dell’amore. Sono i giganti, antichi re dal viso scuro, e bellissime regine dalla carnagione rosea. Poi il racconto prosegue descrivendo la coppia del gigante e della gigantessa che si prepara ad uscire in pubblico; rullano i tamburi. Le due alte e inquietanti figure danzano e si corteggiano. In un rituale antichissimo tracciano, per le strade del paese, un itinerario magico simbolico. La festa è il loro mondo, il ritmo la loro vita, la strada e la piazza il loro preordinato e ritualizzato movimento. I due giganti fanno parte di un’antica tradizione calabrese. "Jijante, gehante, gehanti, gihanta, giaganti": sono solo alcune delle denominazioni dei giganti nelle diverse aree della Calabria. In alcuni luoghi i due giganti vengono chiamati semplicemente giganti e gigantissa, in altri Mata e Grifone. In un’intervista, all’interno del film documentario "I Gigantari", della regista Ella Pugliese, l’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani, spiega fra l’altro che «i giganti in questa forma non hanno un nome specifico perché in genere i giganti processionali che vengono "ballati" durante le feste dei nostri paesi calabresi vengono chiamati ’u giganti e ’a gigantissa, qualche volta ’u re e ’a regina, comunque, qualsiasi nome abbiano, il riferimento è alla coppia che costituisce i fondatori mitici della città. Sono gli antenati e quindi è come se la comunità facesse un passo indietro, risalisse al momento della sua origine, della sua fondazione, in modo che la vita venisse poi ripotenziata, rivivificata da questo richiamo alle origini. (…)». L’antropologo Apollo Lumini, in Studi Calabresi, nel 1840, scrive tra l’altro: «per la festa della Madonna di Agosto, vidi già in Monteleone (l’odierna Vibo Valentia) il Gigante e la Gigantessa, ma non so se qui, come in Sicilia, sia per ricordare il re Ruggero vincitore dei Saraceni. Vidi pure un nuovo genere di fuochi artificiali fuori della città, alla Madonneja, nei quali, pupazzi incendiati, figuravano appunto un combattimento tra cristiani e infedeli. Almeno suppongo fosse così, perché tra le grandi risate che se ne fecero, e l’entusiasmo clamoroso del popolino, non mi curai di appurare le cose». Nel volume ci sono tutti i giganti del vibonese, da quelli di San Leo di Briatico a quelli di Porto Salvo, Dasà, Vena Media, Arzona, Joppolo, Mileto, Papaglionti e Cessaniti e non mancano le esperienze più giovani come quelle di Zungri, Vibo Marina, Briatico, Favelloni, Monterosso, San Costantino e Potenzoni di Briatico, Sciconidoni, San Cono, Sciconi... e poi ci sono gli animali da corteo. In Calabria durante le feste di paese vengono utilizzati diversi tipi di fantocci dalle forme animalesche. Colorati animali in cartapesta, stoffa o cartone, si conservano di anno in anno per essere riutilizzati e portati in processione nelle feste. Poi ci sono i simulacri di animali che a fine festeggiamenti vengono incendiati e quelli preparati in modo da funzionare come macchine sceniche esplodenti capaci di produrre giochi pirotecnici di luci, scintille e rumori assordanti. Alcuni di questi animali accompagnano il ballo dei giganti, altri vengono ballati a fine serata per chiudere la festa. Molto spesso nella nostra regione il ballo dei giganti è accompagnato dal ballo del cameju, del ciucciu o del cavaju. Fantocci di cammelli, cavallucci o asini, ma anche d’elefanti, giraffe e dromedari, simbolici animali grotteschi che nel finale delle feste si esibiscono in un pirotecnico ballo di fuoco purificatore. Il volume, con una prefazione di Rocco Cambareri, è presentato da Giuseppe Braghò e Albert Bagno. |
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Luigi Cotroneo >>====> Sua Pagina |
Scuola Media Drapia >>====> Sua Pagina |
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Francesco Pugliese >>====> Sua Pagina
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Giuseppe Barillaro >>====> Sua Pagina
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Pasquale Vallone, medico di Brattirò, studioso, socio fondatore dell’Accademia degli affaticati (promotrice del famoso “Premio Letterario Tropea”) è anche uno scrittore, uno scrittore animato da una sola passione, un unico amore, la sua terra. Un passione che descrive nel migliore dei modi nei suoi due libri, "I Santi Medici Cosma e Damiano a Brattirò" e "Il recupero della memoria, gli usi, i costumi e la lingua del territorio brattiroese", presentanti nella sede dell’associazione culturale “Enotria” di Brattirò. Presenti all’iniziativa anche Pasqualino Pandullo, noto giornalista del Tg3 in qualità di moderatore, il sindaco di Drapia Aurelio Rombolà, don Giuseppe Furchì parroco del paese e Francesca Rombolà, giovane scrittrice e poetessa. |
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Mommo Rombolà >>====> Sua Pagina
di Mommo Rombolà Lo studioso focalizza la sua ricerca su alcune vicissitudini della storia d’Italia Per quante strade un uomo deve camminare prima che lo si chiami un uomo ? Su quanti mari deve volare una colomba bianca prima di poter riposare sulla sabbia ? E quante volte devono fischiare le palle di cannone prima che siano per sempre bandite ? La risposta, amico, volteggia nel vento...". A questa splendida canzone di Bob Dylan si è ispirato, per il titolo del suo romanzo "Volo nel vento", Mommo Rombolà, brattiroese, che ha presentato il suo libro sabato pomeriggio nei locali della ex scuola media a Brattirò. Presenti e seduti al tavolo dei relatori il sindaco di Drapia Alessandro Porcelli, Cosmo Vallone Vicesindaco e assessore al Turismo di Drapia e il preside e professore Lorenzo Meligrana. A aprire l’incontro il sindaco Porcelli che ha ringraziato tutti i presenti per la numerosa partecipazione evidenziando l’importanza di questa presentazione, "la terza manifestazione culturale organizzata nel nostro comune in un mese". A prendere subito dopo la parola il vicesindaco Cosmo Vallone che ha focalizzato l’attenzione sul concetto di tempo filtrato nella memoria, concetto sempre presente nel romanzo di Rombolà, "un tempo – ha spiegato Vallone – caratterizzato da attimi che ricordiamo, che non rivivremo mai e non un tempo che si può ripetere. Un tempo caratterizzato dalla nostalgia, dall’ansia verso la vita che scorre". Dopo aver elogiato l’autore per aver scritto un testo "originale, suggestivo, scorrevole, ricco, grazie anche alla presenza di numerosi termini dialettali", il professor Meligrana ha spiegato con una dettagliata narrazione i contenuti del libro. "Un romanzo "Volo nel vento" – ha sottolineato Meligrana – che narra un lungo periodo di storia, caratterizzato dalle vicissitudini che interessano una famiglia contadina dell’epoca. Un spaccato di storia che parte dall’Unità d’Italia fino ad arrivare alla caduta del Fascismo". La narrazione coinvolge il lettore grazie alle descrizioni del mondo paesano, con i suoi problemi, con il duro lavoro nei campi, con la religione della famiglia tutta stretta attorno al capo. "Nel romanzo – ha continuato – troviamo un’attenta e commovente descrizione dei grandi avvenimenti che sconvolgono la società dell’epoca, dalla Grande guerra, al terremoto, alla descrizione della terribile peste, "la spagnola", vista come punizione divina, alla crisi economico-politica del ’29, fino ad arrivare alla Seconda guerra mondiale e all’avvento e alla caduta del fascismo. In questo libro c’è inoltre la toccante descrizione dell’emigrazione a cui è costretta a ricorrere una marea di disperati, una descrizione toccante della solitudine che li assale e della nostalgia della loro patria”. Un intreccio di personaggi e di vicende che vogliono far capire che in qualunque caso il bene è più forte del male. "La grande intuizione dell’autore - ha spiegato il professor Meligrana - è l’idea che la storia non è fatta da uomini di potere, ma da semplici piccoli uomini che lottano giorno dopo giorno con i problemi della vita". Nell’opera domina infatti un’accorata condanna ad ogni forma di violenza e barberia ma ciò che fa riflettere è che l’uomo di oggi, che dovrebbe essere migliore, proprio in nome di tanta miseria e dolore, non lo è affatto, l’uomo di oggi continua a lacerarsi in mille modi: dalle convenzioni assurde, alla manipolazione delle coscienze, all’esclusivo desiderio di denaro. A concludere e a ringraziare i presenti l’autore Mommo Rombolà che ha voluto spiegare che il vento "non è altro che lo spazio in continuo rinnovamento, uno spazio storico, geografico, che muta con il passare del tempo, i molti personaggi presenti nel libro – ha inoltre sottolineato - sono personaggi non reali, sono solo dei simboli, veri ma solamente nella loro essenza umana". L’autore nella prefazione del romanzo cita un grande poeta latino Terenzio che duemila anni fa scrisse in una commedia una frase "Sono uomo, nulla di tutto ciò che è umano mi è straneo", oggi ribadisce l’autore siamo arrivati al concetto opposto: "Sono disumano, tutto ciò che è umano mi è estraneo." Tania Ruffa 8 settembre 2009 |
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Saverio Di Bella (Senatore della Repubblica) >>====> Sua Pagina |
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La Sezione dedicata al Prof. Saverio Di Bella è in via di aggiornamento, con tutti i suoi libri e la sue pubblicazioni. |
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Alessandro Colace e Giuseppe Meligrana |
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